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Il capitalismo anarchico: l’economia che uccide

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Ed è Papa Francesco a dirlo. “Il sistema non funziona, dobbiamo dire no a un’economia di esclusione e d’ingiustizia. Questa economia uccide.”

I populisti, quelli che credono di avere la dottrina in tasca, con il rosario in mano, per ingraziarsi le masse popoline, con la compiacenza di pseudo giornalisti di regime scesi a patti con il potere, non gliene perdonano una. Un po’ di carità e un pizzico di altruismo, conditi da buoni sentimenti, vanno bene, mettono a posto la coscienza. Basta non esagerare. Basta, soprattutto, non azzardarsi a mettere in discussione il “sistema”. Quello corrotto.

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Così Papa Francesco, con il Crocifisso bagnato dalle lacrime del Cielo, da solo sul sagrato di Piazza San Pietro, per la benedizione “urbi et orbi” e l’indulgenza plenaria, in piena pandemia di coronavirus: “Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.


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Volevate la globalizzazione e invece avete avuto populismo, cambiamenti climatici, pauperismo, immigrazione e pandemie


Premesso che per lavoro non ci occupiamo di politica, ma in tempi di pandemie e di crisi economiche, vogliamo dire anche noi la nostra. Considerando che giriamo il mondo e di cambiamenti politici, economici e sociali ne abbiamo visti parecchi, da quindici - venti anni buoni a questa parte. E poi un’idea ce la siamo fatta anche noi perché non siamo mai stati solo dei semplici osservatori indifferenti.




1 - L’anarchia capitalistica e i suoi effetti

La globalizzazione neoliberista, intesa come economia senza regole nell’unificazione dei mercati a livello mondiale, favorita anche dalla diffusione delle innovazioni tecnologiche, ha prodotto una progressiva e inarrestabile omogeneità nei bisogni e a una conseguente scomparsa delle tradizionali differenze tra i gusti dei consumatori a livello nazionale e regionale, ha favorito i processi di delocalizzazione delle imprese e lo sviluppo di reti di produzione e di scambio sempre meno condizionate dalle distanze geografiche, alimentando la crescita dei gruppi multinazionali e i fenomeni di concentrazione economica e finanziaria su scala mondiale.
Il risultato della globalizzazione sulle classi sociali è stato l'aggravarsi del fenomeno del pauperismo, una grave situazione di depressione economica e culturale estesa a larghi strati della popolazione soprattutto sulla classe media con gravi disuguaglianze tra un individuo e un altro legate al declino di determinati settori di attività economica.
La globalizzazione ha prodotto inquinamento ambientale, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. In Asia e in Africa, dove vive più del 60% della popolazione mondiale, si è verificato un rapidissimo processo di urbanizzazione. Solo nell'ultimo decennio, milioni di persone hanno abbandonato le campagne per andare a vivere in zone urbane e questo ha significato deforestazione e distruzione dell'habitat, spingendo gli animali selvatici, privati delle loro “case naturali”, ad avvicinarsi sempre di più ai centri urbani. E gli animali selvatici come i pipistrelli sono ospiti perfetti per i virus, alcuni dei quali possono "saltare" l'ospite e passare agli esseri umani, come il coronavirus COVID-19 che tanto affligge l’umanità in questi giorni.
La globalizzazione ha generato un aumento smisurato di viaggi internazionali di merci e persone contribuendo alla diffusione di virus e malattie. Non solo il coronavirus. È documentato che la zanzara tigre è stata introdotta in Europa dall’industria di pneumatici usati, che sono un eccellente luogo riproduttivo per le zanzare.  I vettori delle malattie sono estremamente sensibili ai mutamenti climatici e ambientali, in particolare a variazioni di temperatura e umidità. Autorevoli scenari climatici per il futuro predicono che molte parti d’Europa diventeranno più calde e umide e questo potrà avere un impatto sui vettori di malattia.

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La globalizzazione, inoltre, ha prodotto l’intensificarsi dei fenomeni immigratori. Per la povertà in Nigeria, il terrorismo in Mali, la repressione in Afghanistan, le guerre che straziano il Sudan e la Siria. Tutti i popoli del mondo globalizzato cercano disperatamente migliori condizioni di vita e sono disposti a lasciare il proprio paese nativo anche definitivamente per cercare di vivere meglio.

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2 - Ma che cos’è la delocalizzazione?

Delocalizzare consiste nell’attuare il metodo “PRINCIPAL  STRUCTURE” ovvero spostare una o più fasi della produzione in giro per il mondo con manodopera low cost, mentre l’holding, vale a dire la società capogruppo che controlla le altre società mediante il possesso di partecipazioni azionarie, in un paese dove le tasse sono più basse.
La delocalizzazione, per le grandi società, ha rappresentato una strategia per aumentare notevolmente i profitti, mentre per i lavoratori è diventata un mezzo disonesto per essere ingiustamente licenziato o sfruttato e destinato ad avere salari sempre più bassi e senza prospettiva di crescita. A favorire il fenomeno della delocalizzazione hanno concorso: la diminuzione dei costi di trasporto, una diminuzione delle tasse e dei dazi doganali, la presenza di una manodopera più disciplinata e obbediente.
Per delocalizzazione intendiamo anche l’appalto, quindi trasferire alcune fasi della produzione all’estero. Quindi nei paesi ricchi rimane la progettazione, la pubblicità e la vendita, in quelli, dove la manodopera costa poco, si svolge la produzione vera e propria. Ottimo l’esempio che Beppe Grillo in un suo show di qualche decennio fa sulla patatina fritta che, una volta raccolta nei campi in Germania, è spedita in Sicilia dove è lavata per poi andare in Svizzera per essere affettata, rimessa su un Tir e spedita a Genova per essere fritta e in seguito ritornare in Germania per essere imbustata. Altro esempio è la produzione dell’auto Pontiac del colosso americano General Motors che ha stabilimenti in Corea del Sud e in Messico per l'assemblaggio con manodopera low cost, in Giappone per la produzione di componenti, in Germania la progettazione, a Taiwan e a Singapore per la produzione di componenti più piccoli, in Inghilterra ha uffici per la pubblicità e il marketing, nelle Barbados e in Irlanda per i calcoli dei dati e ha la sede legale a Detroit negli Stati Uniti d’America.

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Pertanto, con la delocalizzazione, il territorio che perde le produzioni subisce un’inarrestabile riduzione dei lavoratori impiegati in quel settore, perdendo anche competitività strutturale, perché si delocalizzano anche e soprattutto funzioni importanti di progettazione che vanno a incidere negativamente sul sistema economico e sociale. Per non parlale del cosiddetto "indotto" che tende a scomparire. Il territorio che riceve la delocalizzazione, ottiene posti di lavoro, investimenti e strutture che creano un aumento di ricchezza. Non si realizzano però i presupposti per uno sviluppo generalizzato, perché le industrie tentano costantemente di diminuire il costo del lavoro.
Secondo i dati ISTAT, circa 3000 grandi e medie imprese italiane, nel periodo che va dal 2001 al 2006, hanno trasferito le loro sedi nell’Est Europa, in Cina, in India e in Africa centro-meridionale, causando la perdita di migliaia di posti di lavoro. Tra le tante degne di nota ci sono:
FIAT con stabilimenti delocalizzati in Polonia, Serbia, Russia, Brasile, Argentina.
DAINESE con due stabilimenti delocalizzati in Tunisia e produzione quasi del tutto cessata in Italia.
GEOX con stabilimenti aperti in Brasile, Cina e Vietnam.
BIALETTI, trasferimento in Cina e lavoratori di Omegna in Piemonte tutti licenziati.
OMSA con stabilimento delocalizzato in Serbia e licenziamento per 320 lavoratrici di Faenza, poi riconvertite nel divano imbottito.
ROSSIGNOL, delocalizzazione in Romania e 108 esuberi a Montebelluna nel Veneto.
DUCATI ENERGIA con stabilimenti in India e Croazia e fabbriche definitivamente chiuse in Italia.
BENETTON, stabilimenti delocalizzati in Croazia.
CALZEDONIA, stabilimenti delocalizzati in Bulgaria.
STEFANEL, stabilimenti delocalizzati in Croazia.

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3 - Il populismo e lo sviluppo senza frontiere

I populisti di oggi che intendono rappresentare gli interessi della popolazione contro quelli dell'establishment e delle cosiddette élite non sono credibili, perché l'atteggiamento demagogico volto ad accattivarsi le masse popoline in funzione del consenso politico, avviene solo attraverso diverse forme di propaganda politica.

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La destra italiana quando era al potere non solo spingeva verso politiche economiche globaliste ma addirittura ne esaltava i contenuti anche sociali, cioè con la globalizzazione anche i poveri sarebbero stati meglio. Solo per ricordare ai populisti di oggi cos’erano fino a ieri, Silvio Berlusconi, il capo della coalizione di centro destra composta da Lega Nord, Forza Italia e Alleanza Nazionale, nel 2002, da poco eletto Presidente del Consiglio, nel corso del suo intervento al vertice Fao, affermava: “Questo modello universale basato sull’informatizzazione della Pubblica amministrazione potrà garantire un vero e proprio stato di diritto con leggi e regole certe e servizi più utili ed efficienti per le imprese e i cittadini. Ma soprattutto darebbe un impulso allo sviluppo senza frontiere. Io amo chiamare così la globalizzazione, vale a dire sviluppo senza frontiere''. C’è differenza tra l’aver dimenticato e non ricordare.

4 - E allora il PD?

Con la caduta del muro di Berlino e con la fine delle ideologie contrapposte, il centro sinistra accolse la globalizzazione come la nuova frontiera della sinistra di governo. Credettero che lo sviluppo sarebbe stato inarrestabile e che l'umanità si stesse dirigendo verso l'abolizione delle frontiere, il superamento delle identità, l'universalizzazione dei valori, la progressiva diminuzione delle diseguaglianze, in una moltiplicazione delle opportunità che avrebbe fatto approdare l’essere umano in un mondo nuovo. Ci ha pensato il crollo economico del 2008 a far esplodere la bolla dell'ottimismo. E i leader di sinistra, a parte Fausto Bertinotti, non hanno mai fatto autocritica con questo fallimento economico e sociale.
Giulio Tremonti, più volte ministro dell'economia e delle finanze nei governi di Silvio Berlusconi, ha così dichiarato in merito: "La sinistra ha smesso di capire le ragioni dei popoli. Si è preoccupata in modo ridicolo delle condizioni del contadino indiano, credendo che i derivati avrebbero stabilizzato il valore dei suoi raccolti. E non si è preoccupata di comprendere i sentimenti delle persone che invecchiano in Europa, la paura che provano per una minaccia che sentono arrivare dall'esterno, come l'immigrazione, oppure l'angoscia per un nemico interno, la rivoluzione digitale che li fa sentire superati e inutili. La talpa populista ha scavato il suo cunicolo sotto la cattedrale della globalizzazione nutrendosi di queste energie. Mentre la sinistra è rimasta in superficie a difendere la stabilità dell'edificio minacciato. I sovranisti hanno preso in mano la bandiera dell'anti globalizzazione non perché siano particolarmente astuti, ma perché la sinistra è stata particolarmente stupida. Io stavo su un'altra barricata, la barricata dello studio e dei libri. Riconosco però che, dalla parte opposta alla mia, il movimento di Seattle e di Genova, almeno, aveva intuito cosa si stava annunciando nel mondo".
Solo una mia osservazione doverosa caro Professor Tremonti. Tu dov’eri quando si arenavano in parlamento, per l’opposizione della Lega Nord, i finanziamenti sulla bonifica all’ex ILVA di Bagnoli, che avrebbe dato a Napoli e forse a tutto il Sud Italia prospettive di sviluppo turistico e quindi economico? Chi ha governato l’Italia dal 2001 a 2006? Chi non ha controllato in Italia le speculazioni monetarie di quegli anni? Fatti queste domande e datti anche le risposte. Tutto qui. Semplice.

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Fausto Bertinotti, ex segretario di Rifondazione Comunista, l'unico partito ammesso a firmare il documento del social forum di Porto Alegre, ha affermato recentemente, che le cose sarebbero potute andare diversamente: "Non accogliendo la novità del movimento no global, la sinistra perse l'ultima occasione per salvarsi dalla fine del Novecento, che gli era franato addosso e la stava seppellendo. Scomparsa la sinistra, anche la contrapposizione tra progressisti e conservatori è evaporata, sostituita da una nuova frattura tra l'alto e il basso della società. E’ la radice del populismo contemporaneo".  A distanza di anni, la gestione dell'ordine pubblico di Genova nel 2001, è stata definita dal capo della polizia, Franco Gabrielli, "un disastro". C'è stato un morto, Carlo Giuliani. 560 feriti. La "macelleria messicana" alla scuola Diaz, e le torture nella caserma di Bolzaneto. La sconfitta, però, è arrivata sul terreno della politica. "Il movimento, spiega Bertinotti, non è riuscito a invertire la direzione della globalizzazione, ottenendo che gli stati cambiassero le politiche sul lavoro e sul debito pubblico".

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5 - Il Movimento no-global

Era cominciato tutto a Seattle, nel 1997, quando il movimento irruppe nella scena mondiale scagliandosi contro il vertice dell'Organizzazione mondiale del commercio, il WTO. "Un altro mondo è possibile" avevano proclamato i manifestanti, opponendosi alle sinistre dei governi di allora, contro la terza via di Tony Blair, l'ottimismo di Clinton, la Germania socialdemocratica di Schroeder e l'Europa di Romano Prodi. E, quattro anni dopo, lo slogan rimbombava anche per le vie di Genova. Il seguito lo conosciamo. Purtroppo.
Il World Social Forum tenutosi a Porto Alegre in Brasile nel 2002, sancì la resistenza al neoliberismo, al militarismo e alla guerra per la pace e la giustizia sociale. Nel documento finale prodotto si ratificava che questo sistema economico produce il dramma quotidiano di donne, bambini e anziani che muoiono di fame, dell'assenza di cure sanitarie e di malattie che potrebbero essere prevenibili. Intere famiglie sono obbligate a lasciare le loro case a causa delle guerre, dell'impatto del "mega sviluppo", della mancanza di terra e alla presenza di disastri ambientali, disoccupazione, attacchi ai servizi pubblici e distruzione della solidarietà sociale.

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Dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre, che si condannano pienamente, così come si condannano tutti gli altri attacchi sui civili in altre parti del mondo. In nome della "guerra al terrorismo" sono attaccati in tutto il mondo i diritti civili e politici. Con la guerra contro l'Afghanistan, in cui sono stati usati anche metodi terroristici e con le nuove che si preparano, ci troviamo di fronte a una guerra globale permanente, scatenata dal governo degli Usa e dai suoi alleati per stabilire il loro dominio. Questa guerra rivela l'altra faccia del neoliberismo, la più brutale e inaccettabile.
L'Islam è demonizzato, mentre il razzismo e la xenofobia sono deliberatamente diffusi. La stessa informazione e i mass media prendono attivamente parte a questa campagna bellicista che divide il mondo tra il "bene" e il "male". L'opposizione a questa guerra è uno degli elementi costitutivi dei nostri movimenti. A Genova il G8 ha completamente fallito nella sua pretesa di governo globale. Di fronte a una massiccia mobilitazione e resistenza, hanno risposto con la violenza e la repressione, denunciando come criminali chi aveva osato protestare.

Il movimento No Global, da Seattle a Genova, contro il G8, nell’indifferenza generale delle masse popoline, aveva osato alzarsi in piedi e aveva urlato che quel modo di gestire l'economia e la finanza del mondo non ci andava bene. E oggi possiamo dire ad alta voce che avevamo ragione.


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